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Gianfranco Zola: “Mi sarebbe piaciuto giocare con Gigi Riva. Ci saremmo divertiti molto”

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Nel corso di una lunga intervista a il Corriere della Sera Gianfranco Zola ha ripercorso la sua carriera e ha ricordato la sua infanzia a Oliena e con il regalo per il suo terzo compleanno che gli ha cambiato la vita.
“Vengo da una famiglia molto povera – ha raccontato Zola.
I nonni lavoravano in campagna e mio padre era aiutante pastore.
Bambini come mio padre vivevano sui monti, accudivano il gregge…
Dopo qualche tempo è diventato camionista e poi ha aperto un bar insieme a mia mamma”.

Mio padre non sapeva neanche cosa fosse un pallone, almeno fino ai trent’anni…
Un giorno, credo ne avesse 33, degli amici lo portarono a vedere una partita e lui disse “Che cos’è il calcio?”.
Ma da quel giorno impazzì per il pallone, diventò dirigente della squadra locale, persino presidente.
Quando avevo tre anni mi portava agli allenamenti.
Se quegli amici non lo avessero invitato al campo, quel giorno, forse anche la mia vita sarebbe stata diversa…
Lui non mi insegnava come calciare la palla, ma mi indicava valori e aveva fiducia in me.
Mi ha fatto vedere una strada e mi ha dato la libertà di percorrerla.
Penso sia questo il compito dei genitori”.

Il primo pallone della sua vita?
“Credo sia stato proprio per il mio terzo compleanno.
Mio padre era diventato amico di alcuni giocatori della squadra del paese che erano chiamati gli “stranieri”, perché venivano dai paesi vicini.
Loro mi regalarono quel pallone di plastica, un Super Tele, e mia mamma dice che non l’ho mai più mollato.
Ci andavo anche a dormire. Dormivo con mia sorella.
Quando mamma e papà presero il bar, che era un’attività molto dura, andammo a vivere in una stanza sopra al locale. La dividevamo tutti. Era piccola, ma ci stringevamo. Una stanza per tutti”.

Cosa significa aver indossato la maglia numero 10?
“Ero un ragazzino che viveva in un paesino piccolo della Sardegna e il calcio di alto livello era non so quante galassie lontano da me.
Vivevo di emulazione, non avendo il calcio di qualità vicino mi abbeveravo a quello che vedevo in televisione e liberavo le fantasticherie di un bambino che guardava i calciatori e cercava di copiarli, di imparare da loro.
E quelli a cui mi ispiravo avevano tutti le stesse caratteristiche: grande tecnica, grande inventiva, grande creatività.
Quei giocatori, sempre o quasi, indossavano la maglia numero 10.
Per me quel numero, quel modo di giocare era la bellezza del calcio, il suo DNA”.
Ora il 10 non esiste più“.

“A me nessuno si è mai sognato di dirmi, quando avevamo la palla noi, “Vai di qua o vai di là, fai così o fai colì”.
Io diventavo matto quando cercavano di imbrigliarmi – ha sottolineato.
Qualche allenatore ci ha provato, ma non era per me.
Io al calcio sapevo giocare solamente in quel modo.
Non ero uno sregolato, facevo disciplinatamente il pressing quando gli avversari impostavano il gioco. Ma, quando avevo la palla, volevo essere libero di fare quello che sapevo fare: inventare“.

Tutto è cambiato, tutto è molto più costruito, molto più ripetitivo.
Quello che si vede oggi non è che non sia piacevole, per chi ama il calcio, ma è sempre lo stesso schema, è uno spartito sempre uguale.
Quando giocavo io era tutto più libero e questo aiutava lo spettacolo e la creatività del gioco.
Si inventava, oggi si ripete.
Sia chiaro, c’era anche tanta mediocrità, ma in ogni partita c’era, a un certo punto, una luce che si accendeva e succedeva qualcosa che non avevi mai visto prima“.

Nel corso della lunga intervista, un pensiero speciale per Rombo di Tuono.
Se avesse potuto fare un assist a un giocatore della storia del calcio?
Gigi Riva. Mi sarebbe piaciuto giocare con lui.
Credo ci saremmo divertiti molto”.

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